Divertente riedizione del meme “se i linguaggi di programmazione fossero … ” in versione religiosa. Si chiude con:
Visual Basic would be Satanism - Except that you don’t REALLY need to sell your soul to be a Satanist…
Divertente riedizione del meme “se i linguaggi di programmazione fossero … ” in versione religiosa. Si chiude con:
Visual Basic would be Satanism - Except that you don’t REALLY need to sell your soul to be a Satanist…
Appena il tempo di compilare una lista dei 10 maggiori problemi della rete e la storia si ripete: 3 cavi sottomarini guasti. Di nuovo. Complotto? :-)
Avete guardato con un po’ di attenzione change.gov? Ne vale la pena. E’ probabilmente quanto di più vicino ci si possa aspettare ad una visione politica contemporanea a tutto il mondo web x.y che ci circonda. Ci si trova l’agenda, ci si trovano le raccomandazioni pubblicate dai gruppi di interesse, forum, thread che appaiono interminabili eppure in mezzo al rumore di fondo rivelano la presenza di persone competenti ed appassionate nella verifica e discussione delle varie proposte.
Change.gov è un esperimento interessantissimo, probabilmente molto più interessante del bar di fessbuc. Non so se la politica di Obama sarà davvero influenzata dalla comunità che si ritrova in questo sito ma è molto probabile che tutto questo lavoro non partorisca il classico topolino. Almeno lo spero.
Gaspar trova orribile la visione del futuro di Internet secondo le compagnie telefoniche. Dopo aver letto il post linkato e mi chiedo anche io: come fare ad evitarlo? Non vogliamo smart-pippe, incentivi o simili, tanto meno controlli del traffico. Datemi 100 Mbps simmetrici, un indirizzo IP unico per fare contento il governo e chiedetemi il giusto garantendomi la disponibilità del servizio. Tutto il resto non vi appartiene.
E’ disponibile la versione 2.2.8 di GnuCash denominata “Crisis-Proof”. Si tratta di una serie di bug fix per un prodotto che utilizzo da tempo con grande soddisfazione e che meriterebbe qualcosa di più in termini di riconoscimento. Anche se il tener di conto non è mai attività particolarmente gradevole.
Il Big Brother si è trasformato. Mentre il cloud computing ci tiene con la testa tra le nuvole finiamo per dimenticarci dell’esistenza del Grande Fratello dei Bit, il Bit Brother appunto. Un problema è la quantità di tracce che lasciamo a nostra insaputa. Ancora pensiamo che i bit siano come parole sulla sabbia ma c’è qualcuno che quella sabbia la fotografa di continuo e ne tiene appunto traccia. Tutte le volte che uso Google Maps sul cellulare resto meravigliato dalla precisione con cui individua la posizione in assenza di GPS. Difficilmente penso che tutta quella precisione viene registrata nel tempo dall’operatore telefonico.
E’ sintomatico che molte delle analogie che si usano per il web parlino di biblioteche o edicole. Tutte cose che potevano essere vere fino ai tempi delle directory di Yahoo! e DMOZ ma oggi? Oggi è una esplosione di bit in tumulto, un bazaar all’aperto e non certo una cattedrale, tanto meno la fabbrica del duomo.
Come nel mercato levantino ci sono maneggioni e intermediari, gente cui preme mettervi in condizione di comprare merce. I mercanti oggi si chiamano motori di ricerca, e non si interessano minimamente di verità, accuratezza o precisione di quello che spacciano: non lo fanno certo loro.
Internet mi affascina per la capacità che ha di farmi scoprire cose di cui ignoravo alcunché. Google mi affascina perché mi pare una sorta di indice di una biblioteca pensata da Borges, quello del giardino dei sentieri che si biforcano magari.
Secondo gli autori di Blown to bits (disponibile con licenza creative commons!) i motori di ricerca sono dei broker, intermediari. Credo che valga la pena scaricare i PDF dei capitoli e leggere con calma, un testo chiaro, comprensibile e piacevole. Eppure dannatamente inquietante.
Bel post che indovina un neologismo come “movage” in alternativa a “storage”. Le considerazione di partenza sono condivisibili: i formati cambiano nel tempo, gli oggetti che utilizziamo per lo storage possono degradarsi (spesso più in fretta di quanto non si immagini).
La soluzione? Copiare. Copiare invece di archiviare. Continuare a copiare, a rinfrescare gli archivi muovendoli di continuo. Ogni quanto? Io direi molto più spesso dei cinque anni ipotizzati, probabilmente una volta all’anno, curando molto il dove copiare… alternare servizi di storage online e storage domestico.
E così pensavi che la censura fosse un problema dei regimi totalitari e che il simbolo ne fosse il grande firewall cinese, la grande muraglia digitale costruita con le tecnologie occidentali (perché il mezzo non è né buono né cattivo, perché se comprano noi vendiamo che è il nostro mestiere no?). Al limite ci si spinge, con rispetto parlando, ai paesi arabi, ammiccando all’integralismo di matrice religiosa.
Magari pensavi che le lamentele sulla censura di internet in Italia fossero qualcosa di eccessivo, da zelanti integralisti, o forse da pasticcioni che poi in qualche modo rabberciano.
Questa volta invece scopri che la censura in salsa d’Albione esiste da un decennio, funziona abbastanza bene e te ne accorgi solo perché qualche giornale riprende con un certo rilievo la questione di wikipedia censurata per via di una copertina di un disco di trenta anni fa. Scandaloso, vero?
Io la storia l’ho letta da md, poi ho visto il diagramma pubblicato da BoingBoing e insomma, anche se la questione pare rientrata non è che abbia sentito molte discussioni intorno al tema censura in sè.
Mi chiedo: chi può decidere che una pagina è da censurare? e in Italia? chi valuta quali siano i mezzi efficaci per porre in essere tali decisioni? perché quando si arriva ad una decisione del genere si blocca una pagina di wikipedia, che oltre tutto non si limita a pubblicare l’immagine controversa ma spiega pure il contesto relativo? e tutto il resto?
Magari i sistemi di censura funzioneranno anche meglio di quanto non si possa immaginare ma di certo sono gestiti in modo quanto meno discutibile, ammesso e non concesso che siano accettabili. Sulla situazione italiana vale la pena rivedere l’intervento di Matteo Flora a Infosecurity 2007.